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Ripartire da Antiochia
"Dove per la prima volta siamo stati chiamati cristiani"


Antiochia è un luogo carico di storia e di simboli per tutta la cristianità e per la Chiesa. "È qui, infatti, che sconosciuti credenti del Nord Africa e di Cipro annunziarono il Vangelo ai "greci" e questi l'hanno accettato. È qui che Paolo fondò la prima comunità di non ebrei. È da Antiochia che Barnaba, Paolo e Marco partirono per il primo viaggio apostolico dando inizio all'evangelizzazione del mondo. Ad Antiochia venne convocato il concilio di Gerusalemme, il primo della Chiesa. In questa comunità nacque la Caritas o condivisione: quando a Gerusalemme scoppiò una carestia, Paolo e Barnaba raccolsero qui degli aiuti e li portarono personalmente ai fratelli di quella città in difficoltà. Il Vangelo ad Antiochia è stato annunziato da semplici laici e oggi nella Chiesa si sta scoprendo sempre più l'importanza dei semplici fedeli". A snocciolare gli eventi è padre Domenico Bertogli, frate cappuccino italiano che da oltre 40 anni vive ed opera in Turchia. Per 20 anni a Smirne al servizio di una parrocchia alla periferia della città e dal 1987 parroco della Chiesa cattolica della città di Antiochia. "Qui - dichiara a SIR Europa - la Chiesa cattolica, dislocata dietro a una moschea e vicino alla sinagoga, si trova nell'aerea della città romana e precisamente nel vecchio quartiere ebraico, dove per la prima volta siamo stati chiamati cristiani".

Padre Bertogli, è passato molto tempo, oggi l'Europa fatica a riscoprirsi e a dirsi cristiana. Qual è il messaggio che da qui ancora parte per tutta l'Europa?
"Credo che la Chiesa cattolica, ovunque si trova, debba oggi riflettere come annunzia il Vangelo specialmente guardando a Paolo, il "missionario" per eccellenza. Questi ci invita a farlo senza "annacquarlo" ed andare all'annuncio essenziale: Cristo morto e risorto è salvezza per chi crede in lui e ci ricorda che la fede avviene attraverso la predicazione. Se noi ci scostiamo dalla croce di Cristo anche il messaggio di salvezza perde la sua forza. Il grande cardinale polacco Wishinsky diceva che gli europei "annunziano Cristo senza la croce". È vero che Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa, ma vi è arrivato con la predicazione, la sofferenza e la morte vera. Se si saltano questi passaggi non si può vedere la risurrezione".

Da Antiochia giunge anche un invito al dialogo ecumenico, oltre che interreligioso. Una Chiesa unita e ri-unita cosa può offrire all'Europa secolarizzata di oggi? "Mentre viviamo un'epoca in cui c'è la necessità delle 'unioni' in campo economico e delle nazioni, come l'Ue, le Chiese hanno urgente bisogno di ritrovare l'unità per testimoniare il Signore che ha lasciato due segni per farci conoscere come suoi discepoli: l'amore e l'unità. Ora per rendere visibili questi segni di speranza e di salvezza all'Europa e al mondo intero, i cristiani hanno urgente bisogno di viverli ed essere così luce, sale e lievito nella società attuale che sta perdendo la propria identità originale e i suoi valori".

Quanto mai attuali sono, quindi, i continui richiami del Papa alle radici cristiane dell'Europa…
"Già Giovanni Paolo II aveva lanciato il messaggio della ri-evangelizzazione dell'Europa e questo si capisce sempre di più quanto sia necessario e urgente, vedendo la situazione di nazioni di antica tradizione cristiana che diventano sempre più atee ed egoiste. L'inizio della Chiesa di Antiochia è certamente una pista che può aiutare le Chiese europee a rinnovarsi e a ritrovare la spinta dello Spirito che nasce dalla predicazione del Vangelo. Evangelizzare è anche evangelizzarsi! Non credo che gli uomini di oggi siano tanto diversi da quelli che vivevano ad Antiochia 2000 anni fa".

Riscoprire la propria identità cristiana potrà servire anche a migliorare il dialogo con il mondo musulmano europeo, al quale, forse non fra molto tempo, potrebbero aggiungersi anche i fedeli islamici della Turchia?
"Forse sembrerà temerario, eppure si dovrebbe dare la possibilità ai musulmani e ai tanti turchi che già vivono in Europa d'incontrarsi con il Vangelo. Anche per loro valgono le parole di Giovanni Paolo II: "aprite le porte a Cristo". Ci sono molte conversioni, e le Chiese dovrebbero interessarsi maggiormente a queste persone in cerca di lavoro e offrire loro l'incontro con Gesù".

A metà dell'Anno Paolino, si può già dire cosa questo evento lascerà in eredità alla Chiesa di Turchia?
"L'Anno paolino è una grande opportunità per la Chiesa di Turchia, piccola e a volte un po' demotivata. Anche qui bisogna avere il coraggio di ricominciare proprio come è stato ad Antiochia con Paolo e Barnaba. Oggi nella Chiesa ci sono delle nuove proposte di ri-evangelizzazione: non dimentichiamo i tanti non cristiani, tra loro anche musulmani, che bussano alle nostre Chiese. Rispondere non sarà facile, ma la sopravvivenza dipende da come cogliamo queste opportunità".
- GLI ALLEGATI
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