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Un anno dopo
La Chiesa con il popolo che non vuole tornare al passato
Le bandiere dei Paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo sono esposte di fronte alle sede della municipalità di Prizren e di altre città del Kosovo. Issate al vento insieme al vessillo del nuovo Stato. Nonostante questi simboli, però, a un anno di distanza dalla proclamazione unilaterale di indipendenza da parte delle autorità albanesi di Pristina, il 17 febbraio scorso, il futuro dello Stato più giovane d'Europa è ancora avvolto da molte ombre. Ad oggi sono 54 i Paesi che hanno riconosciuto il Kosovo, tra cui gli Stati Uniti e quasi tutti i Paesi dell'Unione europea ad eccezione di Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro. Una spaccatura che, fino ad ora, ha impedito all'Ue di giocare un ruolo chiaro nella soluzione dell'ultimo dilemma balcanico. Senza dimenticare la grande opposizione della Russia, da sempre al fianco di Belgrado.
Tra speranza e disillusione. A continuare, a distanza di un anno, è anche la battaglia diplomatica tra Belgrado e Pristina con la Serbia che ha chiesto alla Corte di Giustizia internazionale un pronunciamento sulla legittimità della proclamazione. Uno scontro politico, tramutatesi in una paralisi diplomatica, che ha pesanti ricadute sulle vita di una popolazione che, indipendentemente dall'etnia, è accomunata dalla crisi economica di un Paese dove la disoccupazione oscilla dal 40 al 60 per cento. La mancanza di dialogo rischia inoltre di alimentare la tensione soprattutto nelle aree a maggioranza serba del nord del Kosovo, dove negli ultimi mesi non sono mancati episodi di tensione. Specialmente in quest'area, i serbi, che rappresentano il 5,3% degli oltre due milioni di cittadini kosovari, continuano a non riconoscere le autorità di Pristina boicottandone le istituzioni. Segnali di speranza arrivano però da altre zone dove non mancano esempi di convivenza interetnica. Scenari differenti che spesso affondano le radici nel ricordo dei sanguinosi giorni di guerra.
Diplomazia al lavoro. Il dialogo è però l'unica strada per risolvere alcuni dei grandi problemi che ancora impediscono lo sviluppo di questo spicchio di Balcani: dalle mancate privatizzazioni delle imprese ai commerci (la Serbia è una dei principali partner commerciali del Kosovo), dalla protezione dei monasteri serbi al ritorno dei profughi, dalla lotta alla criminalità alla partecipazione di tutte le etnie alla vita delle istituzioni, senza dimenticare lo sviluppo economico e delle infrastrutture. Proprio su questi problemi comuni, Lamberto Zannier, capo dell'Amministrazione Internazionale del Kosovo (Unmik), sta invitando le parti a discutere, raccogliendo però timidi segnali. La Serbia ha più volte dichiarato di accettare soltanto negoziati sulla questione dello status, mentre le autorità albanesi sono disposte a sedersi attorno ad un tavolo soltanto da pari, con un dialogo tra stati sovrani. Due posizioni al momento difficilmente conciliabili. Queste difficoltà, unite alla lentezza del processo di riconoscimento del Kosovo, hanno creato così un misto di disillusione anche nella maggioranza albanese che ancora non vede i segni di un'indipendenza attesa a lungo e, forse troppo spesso, ritenuta la medicina per tutti i problemi. " La popolazione del Kosovo - ha dichiarato mons. Dode Gjergji, Amministratore Apostolico di Prizren, a Michele Luppi, inviato di SIR Europa - vive tra il desiderio di costruire il proprio Stato e una certa disperazione per il ritardo e le difficoltà di questo processo, sia sul piano delle funzionalità, sia per la scarsa chiarezza sulle competenze dell'Eulex. Senza dimenticare il mancato riconoscimento da parte di molti Paesi". Negli ultimi mesi per cercare di adattarsi ad un contesto profondamente mutato, l'Unmik, ha avviato un percorso di riorganizzazione, diminuendo il suo organico, e devolvendo il controllo di aree come giustizia, dogane e polizia alla missione Eulex, la più grande missione mai dispiegata dalla politica europea di sicurezza e difesa.
Prospettiva europea. Un sempre maggior coinvolgimento dell'Europa, con il definitivo approdo di tutti i Balcani nell'Ue appare, infatti, come l'unica soluzione che possa mettere una parola fine alla questione. Ma questo non sarà possibile fino a quando non sarà trovata una soluzione condivisa al problema kosovaro. Dall'altra parte molti sono i passi che i due Paesi devono ancora compiere. Belgrado ha già firmato il trattato di associazione e stabilizzazione, anticamera del cammino verso l'Ue, ma vincolandolo alla collaborazione con il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Il Kosovo deve, invece, ancora raggiungere standard adeguati in molti ambiti dimostrando di essere uno stato di diritto. Traguardi che appaiono ancora lontani. Due cammini da compiere insieme magari raccogliendo l'appello di mons. Dode Gjergji, che ha più volte invitato gli albanesi alla moderazione nei festeggiamenti, onde evitare inutili provocazioni: "non possiamo tornare al passato, dobbiamo lavorare insieme, serbi e albanesi, per il futuro del Kosovo ricordando come non vi sia alternativa all'ingresso comune nell'Unione europea".
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- GLI ALLEGATI
eur11.rtf (Allegato RTF)
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